Braccio di ferro sul prezzo di Popolare Vita: Unipol vuole 585 milioni ma così mette nei guai Bpm

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di it.businessinsider.com

Si inasprisce lo scontro tra il gruppo bancario Bpm Banco e la compagnia assicurativa Unipol su Popolare Vita. Quest’ultima è la società in comune (joint venture) di bancassicurazione partecipata al 50-50 dai due gruppi con Bologna che però risulta possedere un’azione in più di Milano. Il fatto è che Unipol ha deciso di esercitare l’opzione di vendita (“put”) sulla propria quota, ereditata a suo tempo con l’acquisizione di Fondiaria-Sai. In altri termini, il Banco Bpm guidato dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna dovrà ricomprare dalla compagnia bolognese la partecipazione nella bancassicurazione, salendo così al 100% del capitale, salvo ovviamente poi la possibilità di piazzare la quota a un altro soggetto (il nome c’è già: Cattolica Assicurazioni, con cui è stato perfezionato un accordo di questo tipo all’inizio di novembre).

L’oggetto della contesa, come in ogni trattativa che si rispetti, è il prezzo. In questo caso, però, le due parti appaiono particolarmente lontane. Se, infatti, da una parte Unipol aveva calcolato il valore della propria quota in circa 700 milioni di euro, dall’altra, Bpm Banco sperava in un prezzo di circa la metà. Una distanza abissale, insomma, che fa capire perché i due soci litiganti si siano dovuti rivolgere a un arbitro che stabilisse in maniera oggettiva il valore della partecipazione che Bologna si accinge a vendere al gruppo nato sull’asse tra Milano e Verona. Si spiega così il fatto che l’istituto di credito, in una delle note a pie’ di pagina che accompagnavano il comunicato del 9 novembre sulla trimestrale, scrivesse con riferimento alla quota nella Popolare Vita: “Banco Bpm e Unipolsai non hanno raggiunto un accordo in merito alla determinazione del prezzo di compravendita della quota partecipativa in esame. Alla data odierna è in corso la valutazione del prezzo da parte dell’arbitro incaricato. Nelle more della conclusione dell’arbitrato il valore attribuito alla put option è stato mantenuto invariato rispetto a quello utilizzato ai fini della determinazione dei ratio patrimoniali riferiti alla data del 30 giugno 2017 sulla base delle più recenti valutazioni interne condotte dal Banco Bpm (357 milioni)”.

Il comunicato – vale la pena sottolinearlo nuovamente – porta la data della sera del 9 novembre, mentre nella presentazione dei risultati trimestrali, resa pubblica nello stesso lasso di tempo, Bpm Banco faceva sapere che l’arbitrato è “ancora in corso” e che la scadenza dello stesso è fissata per il 15 novembre. Peccato soltanto che a svelare le carte, evidentemente almeno nelle speranze di Bpm Banco coperte da segreto ancora per qualche giorno, sia stato all’ora di pranzo del 10 novembre il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, che ha dichiarato che la sua compagnia si appresta a uscire dalla joint venture con un incasso di 585 milioni. “L’arbitro ha fissato un valore di 535 milioni per la nostra quota – ha detto Cimbri – al quale vanno sommati 50 milioni di distribuzione di riserve, in tutto 585 milioni, che sono quasi 600 milioni, cioè la cifra che ci aspettavamo di ricevere per uscire da questo deal”.

Le dichiarazioni di Cimbri hanno stupito perché soltanto il giorno prima Bpm Banco aveva dichiarato che un prezzo definitivo ancora non ci fosse e che la scadenza dell’arbitrato sarebbe stata il 15 novembre. E’ possibile allora che la decisione sul prezzo sia giunta tra il 9 e il 10 novembre? Non sembra, perché le società non hanno diffuso alcuna nota a riguardo. Una eventualità è che l’ad di Unipol si sia fatto sfuggire delle informazioni non ancora ufficiali, che però non sono state smentite. Se effettivamente il prezzo fissato per la quota di Unipol dovesse essere di quasi 600 milioni si tratterà di un valore molto più vicino a quello auspicato da Bologna che non da Milano, che come visto a bilancio ha finora mantenuto un prezzo molto più ottimistico per sé pari a poco più di 350 milioni.

Si capisce così perché Bpm Banco abbia probabilmente interesse a impiegare al massimo tutti i (pochissimi) giorni da qui al 15 novembre per utilizzare tutti gli argomenti dalla propria parte e fare quanto possibile per spuntare, con l’arbitrato, un valore più basso. E ciò anche perché le azioni del gruppo milanese in Borsa, da un po’ di giorni a questa parte, sono finite nel mirino delle vendite dopo che alcuni analisti hanno fatto notare che un aumento di capitale servirebbe a mettere i conti in sicurezza, specie se prevarrà la linea dura imposta dalla Bce di Danièle Nouy sui crediti deteriorati e le sofferenze. “Non abbiamo bisogno di aumenti di capitale”, ha tuttavia ribadito Castagna nella conferenza telefonica con gli analisti del 9 novembre. Il gruppo di credito milanese conta di evitare una ricapitalizzazione grazie al piano di cessioni di partecipazioni e di crediti deteriorati.

In particolare, sempre nel comunicato stampa del 9 novembre, Bpm Banco ha fatto sapere che gli 8 miliardi lordi di crediti deteriorati di cui liberarsi come da impegni presi con la Bce usciranno dal bilancio entro giugno del 2018, vale a dire con 18 mesi di anticipo rispetto agli obiettivi del piano industriale. Per quanto riguarda le cessioni, la banca ha avviato un intenso piano di vendite. Tanto per incominciare, il 9 novembre, come puntualizza il comunicato stampa, “sono stati sottoscritti gli accordi definitivi aventi a oggetto la cessione del 100% del capitale di Aletti Gestielle Sgr a Anima Holding secondo termini e condizioni che ricalcano quanto comunicato in data 4 agosto 2017”, vale a dire al prezzo di 700 milioni in contanti più il patrimonio netto in eccesso e gli utili di periodo alla chiusura dell’operazione, stimati in 250 milioni. Da ricordare che Bpm Banco è il primo socio singolo di Anima, con una partecipazione di quasi il 15% che si colloca davanti al 10% abbondante in mano a Poste Italiane.

Tra le altre cessioni, c’è poi quella della stessa quota in Popolare Vita per la quale l’istituto di credito sta litigando con Unipol. La banca guidata da Castagna ha già siglato un accordo con Cattolica, che acquisterà il 65% di Avipop Assicurazioni (anche in questo caso Aviva ha esercitato l’opzione di uscita anticipata dalla bancassicurazione, costringendo Bpm Banco a sborsare 252,5 milioni) e di Popolare Vita a un prezzo complessivo di 853,4 milioni. Poiché il prezzo è già stato fissato e poiché la vendita riguarda il 65% e non il 50% di Popolare Vita (che è invece la partecipazione venduta da Unipol), per Bpm Banco è fondamentale cercare di sfruttare al massimo questi ultimi giorni prima dell’arbitrato per fare quanto possibile per abbassare il prezzo da pagare alla compagnia bolognese.

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